il ministro Damiano parla di precarietà (quella degli altri!!!) sul "Giorno"...

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«NON ABROGHEREMO la legge 30 legge Biagi, ma neppure ci limiteremo a un suo mero completamento. Credo, invece, che andrà rivista l'intera normativa sul lavoro e la legge 30 è una componente di quella normativa. L'obiettivo complessivo, dunque, è aprire con le parti sociali un vero e proprio «cantiere» per arrivare a quella che potremmo chiamare una nuova Carta dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori». Il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, sarà impegnato da settembre in una doppia partita, quella per le nuove pensioni (secondo le linee indicateci appena qualche settimana fa), e quella, altrettanto delicata, per un mercato del lavoro che possa trovare negli anni a venire un più avanzato equilibrio tra flessibilità e stabilità. «Ma, incalza il responsabile del dicastero di via Veneto; il percorso è già cominciato e questo governo ha già fatto capire chiaramente che la lotta alla precarietà del lavoro rappresenta un punto fondamentale della sua azione».
Quale sarà l'impostazione di fondo della Carta?
«Partiamo dalla situazione attuale. Il risultato che ci segnalano il Cnel e le indagini del ministero del Lavoro sulle nuove assunzioni del 2005 è che per la prima volta la composizione è a vantaggio del lavoro cosiddetto flessibile: il tempo indeterminato rappresenta appena il 43 per cento del totale delle nuove assunzioni, con punte ancora più basse in aree forti come la provincia di Milano. Questa prevalenza significa che c'è stato un insieme di azioni sul mercato del lavoro che hanno favorito questo esito».
A che tipo di azioni si riferisce?
«Penso all'eliminazione del credito di imposta per le nuove assunzioni stabili (che noi abbiamo reintrodotto con il documento di programmazione economica e finanziaria), ai cambiamenti effettuati nella regolamentazione del contratto a tempo determinato o del part-time o, ancora, alla cessione del ramo di impresa o all'appalto di opere e servizi. Penso anche a talune forme di precarizzazione previste dalla legge 30. Si tratta, insomma, di un complesso di argomenti che va affrontato per trovare un giusto equilibrio tra due finalità».
Quali?
«Da un lato, la giusta esigenza delle imprese di aspirare alla competitività utilizzando la buona flessibilità che deve essere disponibile quando si ha bisogno, per esempio, di cogliere l’opportunità di una domanda di mercato transitoria o non prevista. Dall’altro, la lotta all’utilizzo della precarietà e della flessibilità semplicemente in una logica di riduzione del costo del lavoro che io ritengo inaccettabile perché provoca minori protezioni sociali dei lavoratori ma anche una distorsione del sistema concorrenza tra le stesse imprese».
Nello specifico della Legge Biagi, quali sono le modifiche ipotizzabili?
«Come è scritto nel programma dell'Unione, non intendiamo abrogarla. Ma vogliamo comunque cancellare le forme più precarizzanti da essa introdotte: il lavoro a chiamata e lo staff leasing, per citare due esempi. Senza contare la necessità di dotare il Paese di ammortizzatori sociali più moderni che siano l'abito su misura di un mercato del lavoro stabile e flessibile. Mentre oggi siamo ancora in presenza di strumenti di protezione ritagliati sul modello produttivo e sociale degli anni Sessanta della grande impresa manifatturiera fordista e taylorista. Ma, ripeto, è tutta la normativa sul lavoro che dobbiamo in qualche modo riconsiderare con la concertazione e senza blitz unilaterali del governo».
Quello che lei anticipa è comunque un percorso in più tappe. La più immediata è la finanziaria. Da che cosa sarà composto il pacchetto lavoro della manovra 2007?
«Nel Dpef abbiamo già indicato due mosse che tradurremo concretamente nella Finanziaria e che tendono a incoraggiare percorsi di stabilizzazione del lavoro precario e a scoraggiare un utilizzo abnorme della flessibilità in sostituzione del lavoro subordinato a tempo indeterminato. Abbiamo deciso di collegare la riduzione del cuneo fiscale a vantaggio delle imprese a una logica di selettività fondata esclusivamente sul riconoscimento dello sconto medesimo al lavoro a tempo indeterminato. Il che significa che se un'impresa dispone, su 100 dipendenti, di 90 lavoratori stabili, avrà lo sconto solo per questi 90 lavoratori. Se dei rimanenti dieci decide di convertire tre contratti da flessibili a stabili, avrà il bonus per 93 lavoratori. Abbiamo deciso, sempre nel Documento di programmazione, di far costare di più il lavoro parasubordinato, con l'aumento dei contributi previdenziali per i contratti a progetto e le altre formule assimilabili».
Quali saranno i tempi per le altre tappe?
«Nell'immediato, sempre nella Finanziaria potremmo già intervenire con misure a favore delle figure deboli del mercato del lavoro (giovani, donne, disoccupati over 50), come pure con l'avvio di prime protezioni sociali per il lavoro flessibile: penso alla tutela della malattia, della maternità o della paternità, penso a fondi, da realizzare d'intesa con il sistema bancario, a sostegno della formazione o di altre esigenze (mutui per la casa, prestiti per fini diversi) di lavoratori parasubordinati, a tempo determinato o interinali. Per il resto in autunno avvieremo un tavolo più ampio e complessivo con le parti sociali. Ma, insisto, non è che la nostra opera comincia adesso. Sul terreno della lotta alla precarietà ci siamo già mossi».
Come?
«Prendiamo i call center (250 mila persone che fanno capo a circa 700 imprese), considerati anche simbolicamente come il luogo tipico della precarietà, popolato prevalentemente da giovani laureati e diplomati ai quali in molti casi viene rifilato in maniera strutturale e non transitoria un contratto a progetto al posto di un regolare contratto di lavoro subordinato. Ebbene, noi vogliamo cambiare questa situazione. E' stata già emanata una circolare che distingue nettamente tra lavoratori subordinati e lavoratori a progetto a seconda che l'attività svolta sia inbound (rispondere alle domande dei clienti) o outbound (cercare clienti per proporre indagini o offerte). Tra settembre e novembre i nostri ispettori agiranno per favorire l'emersione di questo tipo di lavoro irregolare, da dicembre scatterà una fase repressiva. Non basta. Abbiamo convocato i grandi committenti (Poste, Ferrovie, Telecom, Wind, Vodafone) perché comincino a dire no alla logica degli appalti di servizi esternalizzati improntata al massimo ribasso, logica che provoca forme di dumping sociale. E lo stesso discorso va fatto anche per la pubblica amministrazione e gli enti locali, a cominciare dal mio ministero, dove esiste un call center con 15 addetti, adesso tutti assunti con contratti di lavoro a tempo indeterminato dopo anni di parasubordinazione».

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